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MILANO - Due avvenimenti per la Storia. Nel 1962 James Bond si manifesta per la prima volta sullo schermo; nel 1963 viene ucciso il presidente John F. Kennedy che non aveva mai fatto mistero di avere eletto a sua romanzo preferito Dalla Russia con amore. Quarant’anni (o quasi) che troveranno un incontro nel prossimo autunno, il 22 novembre (la data tremenda dell’attentato a Dallas), con la presentazione di Die Another Day , l’opus n.20 della saga di 007 che, per il momento, è in corso di lavorazione a Cadice (la città andalusa davanti alla macchina da presa sarà camuffata da Cuba, perché Castro non avrebbe gradito la presenza sull’isola di un campione di quell’Occidente che lo tiene in gran disdegno e lo mette regolarmente in mora sulla questione dei diritti civili).
La scelta di un titolo che rispetta la tradizione ironicamente sentenziosa di Ian Fleming apre la lunga stagione delle celebrazioni bondiane (dopo il cinema, la letteratura: nel 2003 ci sarà da festeggiare il mezzo secolo di Casinò Royale, la spy story che innescò la carriera in libreria del moderno San Giorgio di Sua Maestà Britannica) che ha, naturalmente, in Die Another Day il diamante da box office.
Si dirada pure la nebbia intorno alla trama. Due sono i cattivi megalomani e in stretta combinazione di intenti: il colonnello nordcoreano Moon che ha come obbiettivo non soltanto la destabilizzazione del proprio Paese, ma anche un guerra con il Giappone e, possibilmente, persino la conquista degli Stati Uniti. Per un progetto dall’ambizione vertiginosa ha bisogno di armi di distruzione di massa dal potere terrificante che il folle alleato Gustav Graves conserva nei sotterranei del suo palazzo in Islanda. Il complotto dovrà essere sventato da James Bond che non ha fortuna nell’approccio iniziale con Moon, tanto da essere catturato e tenuto prigioniero per tre mesi prima che l’agente della Cia Falco lo aiuti ad evadere. Tornato in libertà, 007 decide di regolare i conti e inquadra nel mirino il truce Graves. In questa missione, per ordine inderogabile di M, James sarà affiancato da Miranda Frost, la quale esprime in termini concreti la sua ostilità verso i metodi operativi del collega. Ma Bond sa sempre come regolarsi con una donna e per di più dotata di curve mozzafiato...
Lui è, ovviamente, Pierce Brosnan, lei Rosamund Pike, mentre il premio Oscar Halle Berry sedurrà le "maschere e i pugnali" come Jinx, un ruolo tenuto volutamente in ombra, ma che dovrebbe soddisfare le esigenze narrative legate alla "dark lady" di turno. I felloni sono Will Yun Lee e Toby Stephens, mentre Judi Dench (sconfitta proprio dalla Berry nella "Notte delle stelle2) conserva la scrivania di M (il capo, non più ammiraglio dopo la morte di Bernard Lee, del Secret Intelligence Service) e John Cleese gestisce il laboratorio quale R, il geniale inventore di armi e diavolerie assortite per il miglior trionfo di 007. Dirige Lee Tamahori, un regista capace, almeno dalle caratteristiche di carriera, di non lasciarsi intimidire dallo spettacolo degli effetti speciali. La canzone del prologo è affidata alla voce di Madonna. Il resto sarà in perfetto stile "Il mio nome è Bond, James Bond". Se ha sempre funzionato, perché cambiare?
(13/4/2002 )
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